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Eugen Galasso

 la rivoluzione partenopea del 1799-Laboratorio sociale o"eccezione"?
 

 
 Premessa:  Quando si parla di"rivoluzione", a parte l'ovvio riferimento etimologico(revolutio, ossia sconvolgimento, rivolgimento, dove fa testo in"De revolutione orbium coelestium"di Copernico), si intende una totale ridefinizione dell'assetto sociale-politico, con una ovvia (ma non scontata, per molti, almeno inizialmente)ristrutturazione economica;   difficile concepire tale concezione oltre gli steccati delle ideologie otto- novecentesche, mai superate.  Per fare un solo esempio, per lo storico Patrice Gueniffey, in una lunga intervista a Jean Sévillia in"Le Figaro Magazine"del 28 febbraio2020 rivendica una concezione integralmente negativa delle rivoluzioni, sostenendo che esse vogliono insediare l'idea della"tabula rasa"e "inventare"-imporre un'ingegneria politica, sociale e culturale destinata a inventare una nuova società e persino un uomo nuovo", quando"Le società non sono macchine e meno ancora lo sono gli uomini", creando"la tragedia rivoluzionaria; le rivoluzioni, inoltre, "porterebbero allo scacco, per il loro estremismo", mentre gli unici progressi reali si sarebbero avuti, "durante il governo di Napoleone III°, per le libertà sindacali, quella di stampa con la Terza Repubblica, i diritti sociali con De Gaulle nel periodo della liberazione"(1).   

Una concezione palesemente" liberale", ma nell'accezione del liberismo moderno, dove i"padri fondatori"sono Adam Smith(ma poi con le successive"variazioni"sul tema, con Von Hayek, Von Mises,  Rothbard e altri),  per l'economia e Montesquieu
per la concezione politica(oggi tutti sono "montesquieani", ma...); una concezione, quella di Gueniffey,ma sostanzialmente già di Furet,   certo"estrema", in quanto senza le rivoluzioni(quella francese in primis, ma ancora prima gli ideali illuministi, che stanno a fondamento anche di questa rivoluzione)non sarebbero stati concessi neppure i diritti civili, per non dire delle leggi sociali.                             La rivoluzione partenopea del 1799 è una rivoluzione"atipica"per la breve durata della stessa(gennaio-estate dell'anno in questione), eppure è una rivoluzione in senso proprio, dove Mario Pagano, Vincenzo Cuoco, Vincenzio Russo sono i promotori, molti altri gli esecutori e"Il Monitore Napoletano"è l'organo di stampa che diffonde gli ideali illuministici , della Rivoluzione francese ma anche la Costituzione stessa della voluta e per circa mezzo anno realizzzata rivoluzione partenopea.
 Ne hanno scritto, tra gli altri, Vincenzo Cuoco(2), contemporaneo e partecipe per non dire "co-protagonista"della vicenda,  Benedetto Croce(3),  altri ancora, mentre all'estero, con l'eccezione di François Furet e di Mona Ozouf(4), non sono molti gli scritti a riguardo.                           

Ma perché sarebbe l'unica "rivoluzione italiana", quella napoletana? Perché le esperienze precedenti di pochi anni(Repubblica Cisalpina, 1797, Repubblica Romana, 1798)non sono certamente da considerare esperienze rivoluzionarie, in quanto direttamente eterodirette dalla Francia rivoluzionaria, come non saranno"rivoluzionarie"quelle risorgimentali, compresi i moti del 1848,  con i forti contrasti tra il socialismo vagamente umanistico di Garibaldi, quello a suo modo radicale di Pisacane,  il repubblicanesimo federalista di Mazzini, ma dove prevarrà la monarchia unitaria e sostanzialmente conservatrice proposta-imposta da Camillo Benso conte di Cavour. Non che nella storia italiana siano mancati i"moti", ma essi rimangono appunto tali, jacqueries, quali il fiorentino"Tumulto dei Ciompi"di fine del 1300, il movimento savonaroliano, una rivolta politica se pure di impronta teocratica, non a caso ancora fiorentina(pur se promossa da un frate ferrarese)di un secolo dopo(5). Non è possibile individuare nella storia italiana un pendant di quella francese o anche di quella spagnola(mi riferisco alla guerra civile, che da parte"repubblicana"fu certamente un tentativo rivoluzionario, certo contraddittorio e di breve durata, stroncato dalla reazione della"Seconda Falange"di Francisco Franco y Bahamonde)e ciò è dovuto a vari motivi, compreso il potere temporale della Chiesa cattolica, ma come prima causa è senz'altro da identificare la disunione politica, esemplificata dalla famosa espressione manzoniana"Un volgo disperso che nome non ha"(6),  dove anche l'espressione considerata sprezzante del grande diplomatico dell'Impero austroungarico Klemens von Metternich(7), considerata nella sua interezza, è da ritenere semplicemente descrittiva di una situazione, non"sprezzante", come spesso spesso viene(e soprattutto veniva) valutata. Le proteste successive non si possono considerare in alcun modo"rivoluzioni"ma, al massimo "scintille di possibili rivoluzioni", anche se  talora si è finanche esagerato con determinate attribuzioni. Certo , da un lato si è avuto un movimento intellettuale, ossia un'élite rivoluzionaria composta da intellettuali(quelli citati e altri)che sicuramente desiderava superare la corruzione del regime borbonico, instaurando una repubblica fondata sui principi di libertà, uguaglianza e fraternità, senza in alcun modo riuscire a coinvolgere le masse proletarie e sottoproletarie(i famosi"lazzari"o"lazzaroni", che invece seguivano pedissequamente la monarchia borbonica)anch'essa neppure così"stabilmente unitaria"come si potrebbe credere, dato che re Ferdinando IV°era ben più ignorante e volgare della più giovane moglie, Maria Carolina d'Asburgo , austriaca di nascita e di cultura francese, molto più"aperta", anche se quasi solo teoricamente; dal canto suo la Chiesa, potentissima, vera ispiratrice dei"lazzari", era guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo, su cui le interpretazioni divergono(Croce era decisamente più accomodante, assolutamente negativa invece la valutazione di M.A.Macciocchi, cfr.rispettivamente (8)e(9)), ma che era un astuto uomo di Stato, molto stimato(quale diplomatico e politico, quasi fosse un novello Richelieu o Mazzarino), dalla regina, capace di guidare le masse dei Lazzari, inviso ovviamente ai Francesi, che supportarono la rivoluzione, volendo, però, controllarla(doveva divenire una"provincia"francese, non essere una repubblica indipendente), capace invece di intrattenere rapporti amichevoli, anzi di completa alleanza con gli Inglesi, che sbarcarono vittoriosi a Napoli guidati dall'ammiraglio Nelson, stroncando la Repubblica. Un'inedita alleanza quella tra le masse sottoproletarie dei"Lazzari"e la potenza inglese, ma, come si vede, già all'epoca dominava l'imperialismo: dietro il conflitto locale napoletano erano le Superpotenze(ossia Francia e Inghilterra, all'epoca)a muovere le fila di quello che in un'ottica europea(che coincideva praticamente con quella mondiale)era , appunto, un"conflitto locale", per non dire"regionale",  Mi rendo conto dei limiti di questa ricostruzione, fatalmente riduttiva, ma, riducendo all'osso il problema, questa era la situazione, per cui la Rivoluzione era un fenomeno importante, ma sui cui la Repubblica francese voleva "mettere le mani", mentre contro la Rivoluzione, oltre ovviamente ai Borboni e alla Chiesa, "delegata"al cardinale Ruffo, si muoveva la potenza britannica.                    

Il ruolo delle donne nella Rivoluzione partenopea: "Francese"anche in questo, la Rivoluzione napoletana, a differenza delle altre esperienze rivoluzionarie, che, almeno all'epoca, relegavano la donna in una posizione subordinata, ha due grandi corifee : Eleonora Fonseca Pimentel(1752-1799), di origini nobiliari portoghesi-spagnole e Luisa de Molino Sanfelice(1764-1800), di padre spagnolo e di madre genovese, di piccola nobilità decaduta, sposato con il cugino Andrea Sanfelice. A parte il fatto di essere entrambe di origini non napoletane(la Fonseca Pimentel, tra l'altro, era nata a Roma), a parte la comune origine nobiliare-militare(il binomio o meglio l'endiadi era normale, all'epoca, in quanto praticamente tutti gli aristocratici, meglio i  rampolli di piccola-media nobiltà, si avviavano"automaticamente"alla carriera militare), a parte la differenza d'età, tra le due donne c'è una differenza abissale dal punto di vista culturale: coltissima, di formazione illuministica, poetessa"metastasiana"(apprezzata da Pietro Metastasio, tra l'altro), redattrice e sostanzialmente direttrice del"Monitore Napoletano", l'organo della Repubblica, la Fonseca Pimentel, decisamente più modesta culturalmente la Sanfelice, che solo in extremis o quasi si avviò alla lettura delle opere di Jean-.Jacques Rousseau, notoriamente il mentore della Rivoluzione francese, la lettura-guida di Robespierre ma anche di altri giacobini. Prescindendo dal gossip, che aveva screditato la Sanfelice, definendola con epiteti anche irriferibili, che talora colpiva anche-certo in misura minore- la Fonseca Pimentel, "rea"di essere nubile, da qualche decennio assistiamo a un revival delle due figure femminili, di cui aveva parlato già Vincenzo Cuoco, di cui si era successivamente interessato Croce, ad opera di due studiose del nostro tempo,  Maria Antonietta Macciocchi(1922-2007)e Antonella Orefice(nata nel 1967)hanno dato lustro alle personalità in oggetto anche(questa è la differenza rispetto a Croce)sul piano psicologico e socio-antropologico, inserendo l'una e l'altra nel contesto storico della Rivoluzione napoletana, anche ma certo non solo quali latrici di valori femminili .  A questo proposito bisognerà aggiungere che una considerazione fondamentale s'impone: alla fine del 1700,  nella Napoli che Stendhal chiamava "l'altra capitale europea insieme a Parigi"(come dire che Vienna, Berlino, ma anche la stessa Roma o la da lui amatissima Milano non erano tali)le donne erano considerate utili solo quali mogli, madri, facenti i lavori di casa.

Due donne, non solo"emancipate", ma capaci di affrontare la morte per impiccagione cui erano state condannate, rompono un velo certo ancora resistente, ma almeno incrinano fortemente blocchi mentali come anche politici....(10)                            

Conclusione del tutto provvisoria:  la rivoluzione partenopea è ancora da studiare, direi da sondare, ricercando documenti in primis, ma anche formulando ipotesi interpretative nuove. In questo senso, per esempio, rispetto alla tesi formulata sopra di una"plebe"(incapace di divenire"popolo")incapace di seguire la rivoluzione e i rivoluzionari, per condizionamenti di cui si è detto,  ma anche per l'incapacità sostanziale dei rivoluzionari, dei"cittadini"(citoyens)e delle"cittadine"(citoyennes)di esprimersi in modo comprensibile da tutti/e, dove però qualche personaggio fece eccezione, esprimendo le idee rivoluzionarie in un linguaggio popolare, ma soprattutto in vernacolo napoletano: così fece, assieme al sacerdote Ciccone(non tutto il clero era sanfedista, seguendo il cardinal Ruffo..., così come in Francia c'erano i"preti costituzionali", oltre ai"refrattari", legati all'ancien regime), fece grandi sforzi  , Giacomo Antonio Gualzetti(1772-1799), commediografo,  su cui  scrive già Croce, ma la cui morte quale martire della rivoluzione viene ricordata ben prima dalla"cittadina"Fonseca Pimentel in un articolo nel"Monitore"del 25 maggio 1799. Gualzetti, appunto in napoletano fece propaganda per la rivoluzione con giornali e opuscoli, i cui articoli erano veramente leggibili almeno da chi sapeva leggere. Rimane dunque da esaminare quello spazio che intercorre tra la politica delle"superpotenze", i conflitti a Napoli e in genere nel Regno borbonico delle due Sicilie, quegli anfratti in cui si nasconde certo ancora qualche aspetto non sufficientemente esaminato o meglio evidenziato. Antonella Orefice ma anche altri/e studiosi/e  lo stanno facendo e riusciranno a completare l'opera.(11)  

 

                                                       Note: (1)P.Gueniffey, testo cit., pp.37-39.  La posizione a priori "anti-rivoluzionaria"è certo da rispettare(cosa diversa dall'accettarla, ovviamente)tenendo conto dl fatto che l'autore era allievo di Furet, che fece un percorso politico-ideologico particolare, legato certamente anche(discorso analogo vale per molti altri intellettuali e militanti)all'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 da parte dell'URSS, dal PCF(partito comunista francese)al Partito socialista e via via a posizioni più moderate;                                                                                                                                  (2)V.Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, prima edizione(anonima), Milano, 1801.  Un testo comunque fondamentale, scritta da un protagonista, che era anche uno storico, caso raro. Nell'opera troviamo anche l'affermazione apodittica, che vale anche quale giudizio complessivo-generale"Nelle rivoluzioni prevalgono sempre i pessimi"(ossia, con il valore latino di"i peggiori", ovviamente, insomma di "superlativo relativo"), affermazione che è certo dettata dal fallimento della rivoluzione stessa, ma anche da considerazioni che lasciamo al lettore per un esame più dettagliato, ma anche per una riflessione personale;                                                                                                                                                                                             (3)B.Croce, La rivoluzione napoletana del 1799.Biografie, racconti, ricerche, Bari, Laterza,  1912, 1961 e anche B.Croce, Scritti di storia letteraria e politica, XXIX e XXXVIII, Bari, Laterza, 1949 e(talora)in altri scritti;   E'da osservare che il filosofo(soprattutto della storia)Croce è capace di immergersi pienamente, praticandolo nel puntuale e analitico lavoro d'archivio. Il suo punto di vista è quello di un laico liberale"conservatore illuminato", che diffida del "popolo basso"come anche dei"demagoghi"o meglio di coloro che lo stesso autore considera  tali;                                                                                                 (4)cfr.(inter cetera)F.Furet e M.Ozouf, Dictionnaire critique de la Révolution française, Paris,  Flammarion , 1988 , 1992.  Un'opera"revisionista", rispetto all'interpretazione della Rivoluzione francese e in genere delle rivoluzioni, rispetto a molte altre, che comunque, a differenza delle altre(A.Mathiez, G.Lefebvre, M.Vovelle, A.Soboul e altri), tratta anche la questione della rivoluzione partenopea e della"Repubblica Napolitana"nel contesto europeo. E'da segnalare anche che la "scuola"di Furet ha prodotto anche studi notevoli sulla cultura e specialmente sul teatro italiano come"prodromico"rispetto agli eventi del 1799;                                                                                                                                                                                                                    (5)cfr., tra gli altri, l'approccio a Savonarola da parte di E.Mazzi,in Firenze e Savonarola,  Comune di Firenze, Quartiere 4(Isolotto,Legnaia), 1999 e nel capitolo di La Forza dell'Esodo, Roma, ManifestoLibri, 2001 il famoso"prete rosso"dell'Isolotto(quartiere 4 di Firenze), che a suo tempo(fine anni 1960)ebbe vari conflitti con il cardinale di Firenze Florit e con il Vaticano- è da dire che Mazzi accentua molto fortemente l'aspetto "orizzontale"(amore infraumano , giustizia sociale)talora a scapito di quello"verticale"(l'amore per Dio). E' però altrettanto da dire che precedentemente si era accentuata di Savonarola, anche quando non si riprendeva la condanna d'antan, solamente la dimensione verticale...;                                                                                                                                                                                                               (6) A.Manzoni, Adelchi, Atto Terzo. Nel dramma storico era però chiaramente riconoscibile la critica manzoniana alla situazione dell'Italia d'allora, senza per questo voler sopravvalutare l'elemento patriottico rispetto a quello cattolico, dato che le querelles tra Chiesa e Stato nazionale, anche prima che questo effettivamente si costituisse sono ben note, come erano peraltro ben note a Manzoni, dopo  la famosa quanto controversa conversione;                                                                                                                                                                                                             (7)La frase completa di Metternich recita: "La parola"Italia"è un'espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli ideologi rivoluzionari tendono a imprimerle"(Nota inviata al conte Dietrichstein l'8 agosto 1847). Come si vede, nella sua interezza la frase è fenomenologica, non tanto polemica.                                                                                                                                                                                                                   (8)B,Croce, "Il Cardinale Ruffo e la Clemenza politica",  testo compreso in"Scritti di Storia letteraria e politica",  XXXVIII°, cit., p.18O: "A siffatti propositi(quelli puramente repressivi dei Borboni, e.g.)Il Ruffo, pur nel mezzo delle sue cure e dei suoi affanni, oppose fermamente e chiaramente, sin dal primo delinearsi del felice andamento della sua impresa, il diverso sentimento suo e il diverso suo pensiero e la diversa sua pratica; cioè che, invece di punizioni o restringendo solo a pochi casi le punizioni, fosse da adoperare larga indulgenza e indulgenza"...Curiosamente"aperturista", qui, il  Croce, altrimenti lontanissimo da ogni "clerico-papismo"ma anche dalla semplice accettazione della religione cattolica e dei suoi dogmi, se è vero(come è vero)che il suo"Non possiamo non dirci cristiani"è comunque altro rispetto a una giustificazione da"teodicea"del cristianesimo e tanto meno del cattolicesimo;                                                                                                                                                                                                         (9)M.A.Macciocchi, L'amante della Rivoluzione, Milano, Mondadori, 1998, p.204: " Al suo primo raduno militare in Calabria, dopo essere partito da Palermo,...,  Ruffo, si trasformò in un combattente, in un generale, alla testa dell'Esercito della Santa Fede. Faceva dimostrazioni politiche, tuonava maledizioni, pronunciò grandi appelli , portando in una mano la croce e nell'altra la spada"...""Vi annunciò-continuò-che se a qualcuno di voi , ispirato dalla fiamma divina,   accadesse di trucidare i vecchi, le donne e i fanciulli dei giacobini, in virtù del mio sacro ministero gli accordo le piena Assoluzione della Chiesa...Dio lo vuole". Al di là del diverso orientamento ideologico degli autori, vale l'acquisizione di documenti che all'epoca di Croce (che la Macciocchi conobbe)non erano ancora stati ritrovati/non erano disponibili.                                                                                                                                                                                                               (10) M.A,Macciocchi, Cara Eleonora, Milano, Rizzoli, 1993 e L'amante della rivoluzione, Milano, Mondadori, 1998, ma delle due figure femminili si parla già(se pure per accenni)nell'opera ben precedente "Lettere dall'interno del PCI a Louis Althusser", Milano, Feltrinelli, 1969. Inutile qui riferirsi analiticamente alle posizioni ideologiche della Macciocchi, peraltro mutate nel corso del tempo, confermando la sua serietà di ricercatrice;    A.Orefice(tra le molte opere, considerando che ha anche rifondato il"Nuovo Monitore Napoletano", che dirige, tra l'altro)), Eleonora(romanzo  storico-epistolare), Napoli, Tommaso Marotta,  1995,  La penna e la spada, Napoli,  Arte Tipografica Editrice, 2009, Eleonora Pimentel Fonseca, l'eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno. Insignita di vari premi, la storica e ricercatrice parte sempre , rigorosamente, dal materiale archivistico. Ha conosciuto e apprezzato M.A.Macciocchi.                                                                                                                                                                                                      (11)B.Croce, "La Trilogia di Adelaide e Comingio"e il Signor Gualzetti, in"Scritti di Storia letteraria e politica", op.cit. , XXIX, pp.155-163(Croce da un lato stronca implacabilmente le commedie di Gualzetti, ma ne rivaluta l'opera di divulgatore).      
 

il professore "alchimista"

"scritti e pillole di cultura"

Eugen Galasso, nato a Bolzano di famiglia mistilingue, da subito abituato alla lettura, plurilaureato e insignito di vari master e diplomi post-universitari. E’ ricercatore in pedagogia clinica e reflecting presso l’ Università di Firenze. Autore di vari libri e saggi, anche di poesia e di racconti; è stato anche incluso in varie antologie. Da "Poesia, musica e rabbia"(Milano, 1988), ma anche da alcuni saggi precedenti , su David Lazzaretti & CO., al"Camillo Berneri", ultimo di una serie di volumetti sulla storia del socialismo, scrive saggi e articoli per"Pedagogia clinica", "Nuovi Orizzonti", "Il Cristallo", "Cenerentola", "Le Muse", "Il Margine"ed è direttore responsabile della rivista letteraria "Latmag", nonché conferenziere, critico letterario e teatrale, talora musicale. Teologo.

Federico Garcia Lorca

Nel suo"Bodas de sangre"(Nozze di sangue)del 1933, Federico Garcia Lorca recupera il potenziale mitico e simbolico del Sud della Spagna (Andalusia) e non solo, dove la cultura arcaica e pagana si lega, poi alle influenze dei Vandali (popolazione "barbarica"di origini germaniche), degli Arabi, della cultura ebraica, dei Gitani, del fondamentale apporto del cristianesimo, in una fusione che non è"a freddo", ma un calderone di potenzialità che, però, lascia poco spazio al"novum", ciò che confusamente e con molte contraddizioni si attua nella Spagna del Novecento, tra gli anni Trenta (guerra civile, franchismo) e l'inizio del Ventunesimo Secolo, dove, è inutile negarlo, anche il teatro e il cinema di un post-surrealista quale Fernando Arrabal, il teatro"fantastico"di un Alfonso Sastre, il cinema di un autore come Luis Bunuel (ancora surrealista, in questo caso non post), più recentemente in autori quali Pedro Almodòvar o Alejandro Amenàbar risente di quel "brodo di cultura", già presente peraltro nella scrittura di un Benito Pérez Galdòs e di un Miguel de Unamuno, sempre estremamente fecondo, La nuova versione italiana, con la nuova traduzione, adattamento e regia di Biribò e Toloni, i due"registi"di Es teatro, che ha inaugurato la stagione del fiorentino "Teatro delle Laudi" ripropone una lettura mitico-simbolica del testo lorchiano, in chiave poetica e di psicologia del profondo, contro le semplificazioni univocamente di lettura"politica"che, come si vede spesso, portano a nulla e comunque a ben poco. Ferma restando la polisemia del testo (teatrale, nella fattispecie), appaiono ben lontane e certamente non condivise né condivisibili letture "politicistiche" come la seguente: "La sposa è la Spagna, lo sposo il socialismo", per cui il testo (anteriore alla guerra civile) sarebbe riferito sic et simpliciter alla situazione politica e sociale. Di Lorca sono note la volontà di lottare per un socialismo umanistico(irriducibile al comunismo stalinista), anche come promotore-autore-drammaturgo-regista della"Barraca", il teatro"popolare"itinerante, ma anche la condizione di genere, per cui l'omosessuale Lorca (non è vero e comunque è semplificazione arbitraria che"fosse una donna"come una volta disse, certo per necessità di sintesi estrema il grande critico Oreste Macrì) vedeva-sentiva altrimenti l'essere uomo e l'essere donna, con un rapporto privilegiato con la Madre e con il Materno, che però è ancestrale, legato all'Assoluto (non necessariamente, anzi assolutamente non concepito in relazione alle religioni storico-positive), ossia rapporto con i fondamentali dell'esistenza. Il poeta Garcia Lorca, in questa ma anche in tutte le altre sue opere, da "modernista"integrale, con gli altri dei"ventisettisti" (Machado, Jimenez, Bergamin, Dario, Alberti) è un poeta, un intellettuale che"non suona il piffero"(Vittorini) per nessun potere, né vecchio né nuovo. D'altronde il teatro gli forniva un'occasione ulteriore per"amplificare"il suo spazio immaginifico-fantastico, appunto alla ricerca di archetipi quali Luna, Sposi, COltello, Sangue etc.. La messa in scena qui proposta, con attori di diversa formazione ma confluenti in un'esperienza di teatro svincolato da esperienze cogenti di scuola(anche recentissima, quali il"Terzo Teatro"o meglio-A.Attisani docet-"Teatro Contemporaneo")quanto attento alla riscoperta del Sé attraverso il teatro stesso sortisce l'esito felice di una ri-proposizione problematica e non "dogmatica"del teatro lorchiano, in uno scambio continuo con la riflessione dello spettatore, da ri-educare(sia detto con il massimo rispetto, direi forse meglio ri-confrontare)con il teatro del Novecento, così fecondo di ulteriori sviluppi, spesso frustrati-ingabbiati da letture e quindi messe in scena troppo"orientate"quanto unilaterali. Il cambio di scene rapido ma non"dromologicamente incessante"e l'uso parco quanto sempre precisamente finalizzato alla produzione di senso di veli e paratie non indulge a una scenografia in proliferazione fantasmatica, ma dove il"Fantasmatico"è limitato all'essenziale.
Eugen Galasso
 

Paul Bowles

Credo che tra gli scrittori significativi del Novecento uno dei più trascurati, in tempi recenti, sia stato e continui ad essere Paul Bowles(1910-1999), appunto scrittore, poeta, musicista(scrisse musiche, anzi diremmo meglio colonnne sonore per moltissimi film, ma anche per le pièces teatrali dell'amico Tennessee Williams). Vicino per qualche aspetto ai"beat", ossia agli autori della cosiddetta"beat generation"(Ginsberg, Burroughs, Ferlinghetti, Corso), poeti peraltro anche molto diversi tra loro, condivide la passione per il Medio Oriente(Vicino Oriente, sarebbe meglio dire)e in particolare per il Marocco(Bowles, morto a Tangeri, visse in Marocco per più di mezzo secolo, dopo aver definitivamente lasciato gli States). VOlendo identificare alcuni nuclei tematici nei grandi romanzi di questo"scrittore-non scrittore"(accettò questa definizione della scrittrice Gertrude Stein, sua amica, ma essa si riferiva agli anni in cui effettivamente Bowles era-si sentiva-considerva più che altro musicista), dovrei dire: A)il tema del viaggio, dell'ignoto, della scoperta, proposti però non con le modalità "rutilanti"della science-fiction o anche di certa beat-generation, ma in modo più"soft", dove l'ennui e una concezione quasi bergsoniana del tempo(visto in soggettiva, ossia come"durée", durata, non come tempo meccanico, dell'orologio)preludono all'irruzione di elementi "altri"; B)tali elementi altri sono il sogno, l'allucinazione(anche da majour, ossia da hashish), ma anche il kif, ossia la marjuana(rispettivamente hashish e marijuana sono infiorescenze maschili e femminili della"cannabis indica", cioè"canapa indiana", ma il tutto viene proposto in modo molto meno"diretto"che in altri scrittori, pur se la presenza del tema è decisamente forte, direi"irrompente", ma anche semplicemente lo spaesamento, in specie in romanzi come"The Sheltering Sky", del 1949(in italiano"Il tè nel deserto", divenuto celebre anche per una famosa trasposizione filmica- del 1990- operata da Bernardo Bertolucci, con l'anziano scrrittore in una piccola parte)o"Let it come down"(Lascia che accada)del 1952;C)la diffidenza, l'insicurezza, il"dubbio", magari non amletico, che troviamo in autori come Bowles, appunto, come in altri scrittori, per es. dell'"assurdo"(un tema che in Bowles è presente, ma non da solo, legato, cioè, invece a tutti gli altri temi qui elencati);D)la fascinazione, non esente però da una rappresentazione anche cruda, di aspetti della cultura maghrebina(araba e berbera, dove le differenze non vanno trascurate, anzi evidenziate e Bowles, da conoscitore attento, lo ha sempre fatto)in particolare musicale; D)l'omosessualità, anzi diremmo la bisessualità(non a caso Bowles era stato sposato), ma forse meglio la pansessualità, ossia la fascinazione onnipervasiva(il sesso= n+1 possibilità, diceva Gilles Deleuze), dove non si ha mai l'impressione che nell'autore se abbia una celebrazione retorica, quella che si è rilevata(a torto o a ragione: qui si aprirebbe un lungo dibattito) in autori quali Jean Genet, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Testori, Rainer Werner Fassbinder. Altri celebri romanzi di Bowles: "The Spider's House", del 1955 e l'ultimo pubblicato, del 1991, "Too Far From House"("Troppo lontano da casa"), oltre a varie raccolte di racconti. I testi dell'autore sono quasi tutti disponibili in lingua italiana.

Eugen Galasso

Alexandre Dumas

Alexandre Dumas(1802-1870), père beninteso (del figlio, molto più della"Dame aux camélias"non si ricorda, anche se il giudizio rischia d'essere ingeneroso per uno scrittore che scrisse per tutta la vita), amante dell'Italia tanto da seguire almeno una parte dell'impresa dei Mille, a conoscenza della lingua italiana(fatto abbastanza raro in Francia), dal 1846 al 1848 scrisse una delle sue opere migliori, "Joseph Balsamo", scritta tra il 1846 e il 1848, quindi in un'epoca storicamente cruciale(1848 e periodo pre-rivoluzionario), dedicandola all'alchimista, massone, ipnotizzatore e geniale"truffatore"Giuseppe Balsamo"conte"di Cagliostro(1743-1795), che però usò anche molti altri pseudonimi. Né si può dire che altri siano rimasti immuni dal fascino cagliostresco, se è vero che Schiller gli dedica il romanzo incompiuto"Der Geisterseher"(chi vede fantasmi), scritto intorno a fine anni Ottanta del 1700 e un decennio dopo Goethe scrive la commedia"Der Grosskophta"(il Cofta grande, un grado elevato dell'iniziazione del rito egizio, che si dice inaugurato da Cagliostro stesso). Opere non eccelse, forse, ma significative di un clima, tant'è che anche Nietzsche parla di Cagliostro. Potremmo dire, neanche arbitrariamente e comunque rimanendo in tema, nonché parafrasando l'incipit del"Manifesto del partito comunista"di Marx ed Engels(coevo al "Balsamo"dumasiano)che"Uno spettro s'aggira per l'Europa, lo spettro di Cagliostro"(in Marx ed Engels è il comunismo, invece, come noto). Cagliostro è protagonista, insieme alla sua amata Lorenza Feliciani, romana(Cagliostro, palermitano, vissuto in tutta Europa morto nella rocca di S.Leo, tra Rimini e Pesaro, del romanzo, quale ingannatore eppure al tempo stesso gentleman, ma anche quale persona dotata di un magnetismo formidabile, di una capacità ipnotica impressionante, quale"rivoluzionario"ante litteran, anzi meglio capace di prevedere il"disastro"della monarchia, ma lo è insieme ad altri personaggi storici, come Rousseau(sì, avete letto bene, il grande pensatore del"Discours sur l'inégalité parmi les hommes", del"Contrat social", dell'"E'mile"etc., che appare anche come musicista(scrisse, tra l'altro, l'opera pastorale"Le devin au village"(l'indovino nel villaggio), come botanico, come persona tra le altre, come Marat, come, il re Louis XV e la"dauphine"(sposa del principe ereditario)Marie Antoinette. Accanto a queste figure storiche, come sempre, nei romanzi storici dumasiani(vale per Dumas, che fece tanto "per la causa", quanto detto da Foscolo"O Italiani, vi esorte alle istorie"), dove il vocativo"O Italiani"può essere sostituito dal nome di qualunque altro popolo, vale cioè per ogni persona, figure create dalla fantasia dell'autore o, come dicono i "malpensanti" (ma è meno probabile)dai suoi ghost-writers. Opera di suspense e di continue sorprese("apparizioni"in ogni accezione del termine, diremmo), di inganni e disinganni, come anche di efficaci "pause di riflessione", ma stilisticamente più che scorrevole(dialoghi, quasi sempre, pochi e brevi, invece, i monologhi), capace di avvincere anche il lettore di oggi per mille pagine fitte fitte. La figura di Cagliostro torna in Dumas anche nell'opera successiva"Le Collier de la Reine"(la collana della regina), ambientato quando Marie Antoinette è ormai salita al trono, prima di ...fare la fine che conosciamo.
Eugen Galasso
 

microracconto

L'imbranato

L'imbranato e il" tutto pepe"(Era il 1980): No, non era proprio in vena(in forma, in funzione, volendo...)l'imbranato. Stanco dei suoi lavori di studio e di trasmissione del sapere, s'era deciso ad "adempiere"a un giro con il suo ex-compagno di scuola, geniale, sregolato(nonostante con il suo lavoro da sindacalista fosse"rientrato nei ranghi", ma...)che era per lui un idolo, nonostante tante traversie e alcuni contrasti. Dopo un pranzo dove l'imbranato era rimasto quasi a stecchetto, "tutto pepe"invece aveva fatto "onore alla tavola"(raccontava sempre del mitico ristoratore Musiani, in Romagna, che aveva detto a lui e a un altro amico e quasi compagno di scuola o forse senza quasi"Mo voi ragassuoli fate onore alla tavola, quasi non vi farei pagare; invece quelli che stanno a stecchetto dovrebbero andare al nosocomio..."). Dopo, tra una chiacchera e l'altra, in macchina(ovviamente guidava "tuttopepe", ça va sans dire), ascoltando il grande Duke Ellington. "Tuttopepe"aveva fatto notare all'imbranato, sognante-sovrappensiero, ma più che apprezzante, la grandezza del brano, ma...era sopraggiunto un semaforo e il nostro era passato col rosso("Sono comunista, sai, per me era normale", la battuta di"tuttopepe". Intervento della polizia urbana, deferimento al maresciallo Bon, sulla cui tomba "tuttopepe"avrebbe voluto pisciare(testuale, cfr.nelle opere orali dell'autore citato), ma il seguito avrebbe provato che le cose sarebbero andate, quasi certamente, altrimenti... "SIamo tornati al Sessantotto, che cosa dici?"(l'imbranato era un po'più giovane, ma sapeva il significato dell'anno in causa, anche proprio per"tuttopepe"). Invece era il 1980, in realtà neppure abissalmente lontano dall'anno"del caos", per taluni, della"diversa mentalità acquisita"per altri... Rivedendo le cose parecchi anni dopo, l'imbranato, ancora assorto nei libri, sempre sognante dolci-forti ragazze gonfianti materassini(allora era solo un sogno o comunque immagini percepite, in seguito invece sarebbero diventate "realtà")si sarebbe ricordato di"tuttopepe"(ever in my mind, diceva, e non erano menzogne...), del maresciallo in questione. Solo che "tuttopepe"(c'est la vie, dicitur, mais c'est la putaine de vie, bisognerebbe aggiungere)non c'era più e il ricordo, dunue, era comunque"dolore"sempre e solo, non"già dolore", come situazionalmente diceva F.D'andré...
Eugen Galasso
 

José Ortega y Gasset

José Ortega y Gasset, Appunti per un commento al Convivio di Platone, MIlano-Udine, Mimesis, 2012.   Di Ortega y Gasset, grande pensatore spagnolo(1183-1955), lascia questo libro-non libro(annotazioni, appunto, "appunti"per un commento al"Convivio"nell'ambito di un seminario universitario, stesi nel 1949)che è senz'altro importante filosoficamente, in quanto critica l'astrattezza di termini quali"Ente", "Essere", "Essenza", che considera avulsi dallo "specifico umano", ribadendo invece la priorità di ogni persona o individuo, ossia il dimenticato eppure già presente in Tommaso d'Aquino"principium individuationis"(non è il caso di aprire/riaprire una querelle tra"credenti"e"laici" su ciò, ossia su un lemma, sarebbe puro nominalismo), dove è chiarissimo come il pensatore spagnolo, peraltro vicino a una forma nuova e originale di esistenzialismo(più vicina, però, direi al"personalismo"di Kierkegaard che alle riletture novecentesche-sia detto con prudenza e molte riserve, in quanto comunque Ortega è profondamente uomo del Novecento)adombri decisamente una polemica con Heidegger, con la sua astrattezza di termini, spesso a rischio di cadere nel nominalismo, nominalismo(e talora formalismo)che è ben più evidente negli Heideggeriani che nell'originale. Non a caso il filosofo iberico ricorre anche ad esempi tratti dall'etnografia, per dimostrare come certi concetti, quali appunto"Essere", "Ente", "Entità"non esistano in altre lingue non-indoeuropee perché mancano terminologicamente, certo, ma anche perché manca il corrispondente concetto relativo. IN altri termini, pur se da pensatore lontano da quello che chiamiamo storicismo(hegeliano, neo-e post-hegeliano, crociano, gentiliano, marxista, con la mediazione di altri pensatori, ovviamente, ma anche con il "rovesciamento"che si postula da Hegel a Marx), Ortega y Gasset in realtà"storicizza"l'esperienza culturale metafisica e segnatamente ontologica, riconducendola, allo spazio temporale-culturale che va Parmenide, ovviamente passando per Platone e Aristotele,  al 1900(noi aggiungeremmo al 2000, epoca che ha vissuto ed  esperito.   Ma il libro interessa anche lo psicologo,  il pedagogista clinico, il reflector, lo psicomotricista funzionale, il sociologo, ma in realtà poi chiunque debba relazionarsi con gli umani,  in quanto afferma che:"con lingua non si può intendere una uguaglianza del tipo linguaggio=parlata ;piuttosto va completata includendo le modulazioni della voce, la gestualità facciale, la gesticolazione e l'attitudine somatica generale della persona"(op.cit., p.52). Ancora: "il linguaggio è una gesticolazione di effetti sonori nella quale intervengono gli apparati della laringe e della bocca, che però è propriamente inseparabile dalla gesticolazione totale, che coinvolge tutto il nostro corpo e che rappresenta ciò che si dovrebbe chiamare propriamente"parlata""(cit., p.53).  Sembra di sentir parlare, anche nella critica all'astrattezza di una certa linguistica che rimane autorefenziale(con tutto il rispetto, da Saussurre a Jakobson a Benveniste)il fondatore della moderna pedagogia clinica  e del reflecting, il prof.Guido Pesci, pur se naturalmente i riferimenti dettagliati a fonologia, mimica facciale e corporea, prossemica etc.non sono ancora così sviluppate, sia perché l'interesse di Ortega y Gasset era comunque un altro. Al di là dell'esperienza clinica che si può fare in studio, che desumiamo dagli studi, basta valutare, per es.nel corso di un comizio ma anche di una conferenza, al limite di un talk-show in televisione, come il parlante si ponga: se esprima le sue affermazioni con una tonematica adeguata, se la sua prossemica sia accogliente o invece respingente, se la mimica sia coerente con quanto afferma o meno. Pensiamo, per esemplificare, a come certi scatti e certe provocazioni di Vittorio Sgarbi si pongano come tali, per"scioccare"e fare audience invece che per affermare verità o che in alcuni casi(invero pochi)servano a veicolare con maggiore efficacia comunicativa opinioni che si vorrebbero far assurgere a verità. Allo stesso modo avviene che la persona rannicchiata su di sé ovvero invece tout court "evitante", in studio ma in certi casi anche per strada o durante un appuntamento tra amici possa(in alcuni, ben più rari casi anche voglia) trasmettere emozioni, considerazioni che non si potrebbero significare"per verba", né esprimendole né decodificandole, se non in maniera imprecisa, generica. Esempi di questa sorta, tratti dalla nostra esperienza, tutti/e noi  potremmo citarne a centinaia o migliaia, ma rimane il fatto che il libro, secondo Ortega, che non cita direttamente tali esperienze ma chiaramente le tiene presenti, pur se in forma"silenziata", rimane un elemento quasi limitante, al limite forviante, rispetto all'"orature"(oralità), che, come ci ricordava non molti anni fa  il grande islamista(e come tale coraggioso riformatore)e filosofo berbero, per decenni docente alla"Sorbonne"Mohammed Arkoun(1928-2010), ha sempre un certo diritto di"prelazione"rispetto allo scritto, come dimostrano le esperienze di Socrate, Gesù e Buddha, quantomeno, non senza dimenticare che anche molti altri testi nascono quali rielaborazioni di conversazioni, discorsi, lezioni, conferenze e quant'altro. Tornando a Platone(ma oltre a Platone, Ortega parla abbastanza a lungo, in questo breve testo che un po'inopportunamente leggiamo come testo scritto, anche di Aristotele), il pensatore spagnolo ci dà l'idea del limite nel fatto che non possiamo ricreare il Platone"parlante" come anche gesticolante, mentre dobbiamo accontentarci di quel"qualcosa di freddo"che è il"Convivio", dialogo comunque scritto, non senza pensare che(Ortega ce lo dice expressis verbis)Platone"possa aver scherzato".   Si potrebbe muovere un rimprovero a Ortega: non ci parla, qui, dell'amore, che notoriamente è la quaestio del"Convivio"stesso; ebbene no, qui il ragionamento gassetiano si rivolge ai"Prolegomeni" del testo platonico, non alla quaestio disputata.   Eugen Galasso

John WIndham

Tutto poi in circostanze oscure/Darkness in the morning/Strane presenze, crediamo.../Deux pas dans le"noir"/La misma rumba de siempre/Non tutto, non credo/Pas des sorcières, ma foi/Insidia semper invicta(Eugen Galasso, 25.12.2012) John Windham, I figli dell'invasione(The Midwich Cuchoons), MIlano, Mondadori, 2012. Tante le considerazioni che si imporrebbero alla lettura di questo classico del fantastico(o SF?Le classificazioni, si sa, hanno scarso valore, ma considerando i canoni a suo tempo stabiliti, da Todorov come da altri, mi fermo alla definizione di"fantastico", riservandomi, semmai, ulteriori approfondimenti); cercherò di procedere con un certo ordine, per rendere ragione al rilievo letterario indubbio di John Beynon Harris, noto come John WIndham(1903-1969), autore "ferocemente" inglese, che scrisse, tra l'altro, "Il giorno dei trifidi", del 1951, mentre questo romanzo è posteriore di sei anni. Prima di tutto: A)Lo stile inglese, meno basato sull'"azione", meno"americano", racconta indirettamente le vicende, le fa narrare, come qui, anche con argomentazioni logiche, con ipotesi, il che, però, se possibile, accresce la suspense...;B)Dei"Bambini", nati durante il"GIorno del Salto", cioè dell'assenza di coordinate spazio-temporali, nel paese di Midwich, non sapremo mai di chi siano figli;"alieni", quasi certamente, ma di dove...non lo si saprà mai... Poi: poche le caratteristiche fisiche di questi esseri, nati misteriosamente e cresciuti in modo rapidissimo, appunto, "inquietante"... Da considerare anche il contrasto tra uomini e donne, nella vicenda narrativo-argomentativa, con una forte accentuazione(forse preoccupata)della forza e del coraggio femminile, il peso della"in-azione", appunto, dell'attesa, per conoscere il destino di una cittadina che, lo si saprà solo nel sottofinale, non è unica a subire quest'"invasione"non certo pacifica, come dimostrano certi episodi verificatisi in occasione di vicende non ben chiarite ma descrivibili come"reazione"dei"Figli"(o"Bambini")a fatti provocati dagli"Umani". Riflessioni anche politiche o meglio filosofico-politiche(fin dove si spinge la tolleranza, per es., quali i suoi limiti?Come si esercita la"sovranità", dove non importa assolutamente sapere se Windham abbia letto o almeno sentito parlare di Carl Schmitt...), in una chiave"nuova"rispetto al "prima", che era di altri autori, ma anche di opere precedenti di questo grande della letteratura, che, non attingendo certo i livelli di Poe e/o di Lovecraft, rimane un baluardo e un autentico"bardo" della letteratura fantastica e, se vogliamo(fatte salve le riserve formulate all'inizio), della SF.

Eugen Galasso
   
 

Racconto

Con la solita solerte passività di sempre(un ossimoro, nevvero?), si accingeva a disfare progetti, a ribadire romanticamente(forse, ma...chissa...), gnosticamente senz'altro le cose, i concetti: era avulso dal mondo, era indefesso nel sostenerlo, terribile nelle argomentazioni, anche se i toni spesso si addolcivano. Ma la sua valutazione della città, della comunità in essa insita era terribile: "Tutti/e bigotti/e; ignoranti, montanari, falsi, ipocriti,
tutti nel loro cattosolidarismo, poi invece te le dicono dietro, ti pugnalano alle spalle." Non era mera teoria, ma qualcosa di verificato, di provato in corpore vili, di sperimentato ampiamente, senza ulteriore necessità di conferma. Grosso modo tutte le persone, con poche eccezioni(ma anche quelle, però...)erano del novero, secondo lui. "Sì, qualche sprazzo, però...non è conseguente...Pensiamo al fatto che cita Nietzsche a sproposito". Un tempo aveva idealizzato certe categorie sociali, peraltro senza conoscerle né frequentarle, anzi evitandole accuratamente, con poche eccezioni molto selezionate. Ora, però, vari decenni dopo, era sbocciato l'odio: "Quei cretini.... Quelle sciocche...Potevano e forse dovevano fare questo, quello, invece come sempre sono corsi/e dietro al vitello d'oro, al facile consumo, alle suggestioni indotte dal peggio dei mass-media. Non credo che...". Il discorso, troncato da una telefonata, era invece un monologo, non ammetteva alcuna replica, non cercava il confronto("Che me ne fo? Il confronto e il dialogo sono già nella mia testa. Perché riprodurli con persone esterne, con Altri/e, che rompono inevitabilmente.... ?"(qui l'espressione fiorentina toglie-rimuove l'articolo, mentre il sostantivo è facilmente immaginabile). Più di recente nulla era più"soft", neppure i toni, gridati (per quanto la voce glielo consentiva, certo:erano gridolini spezzati, rimasti-bloccati a metà trachea, mai espressi, sostanzialmente)in souplesse, dunque, ma feroci. Era stato aggredito di volta in volta da un lavoratore metalmeccanico, da un contadino, da un idraulico, che però avevano presto"mollato la preda", troppo debole, floscia ("Non conviene ucciderlo, in quanto, messo com'è, magari poi lo ammazzo e mi tocca andare un galera, per quel maiale, quel porco, quello schifoso, quell'asociale-"asociale"l'idraulico l'aveva sentito dire dalla figlia infermiera e la parola gli era piaciuta). Era finito in una condizione particolare(il protagonista, non l'idraulico, del resto appare chiaro)di anestesia, di atarassia rispetto al mondo. Non sentiva(almeno sembrava non sentire)
, non udiva, non odorava, non ...(nessuna reazione, cioè), dove naturalmente sarebbero da ripetere tutte le integrazione parentetiche del caso, uguali alla prima: almeno sembrava non sentire etc. Ogni tanto mormorva qualcosa che alla maggior parte delle persone sembrava completamente incomprensibile: "Gettato questo pianeta, ...(interiezione irripetibile), gettato in questo mondo di materia dove nessun vasaio, no,
nessun grande architetto, nessun creatore, nessun organizzatore, forse dagli atomi a caso, anche se non sono democriteo-atomista...". Che vicenda, direte. No, forse una vicenda come ce ne sono anche altre, che magari non conoscete, anzi per meglio dire non conosciamo per nulla...
Eugen Galasso
 

Racconto "non saggio"

Prof.di greco e latino, di lungo corso, brillantissimo, in un liceo classico del Nord-Est."Cantava Omero e fischiettava Orazio"(Amanda Knering). Era imprevedibile, spiazzando tutti, passando dall'imitazione di Mussolini (ma ciò molti anni prima, in epoca fascista)al commento di un testo varroniano, dall'esegesi virgiliana al canto dell'incipit della prima "Bucolica": "Tityre, tu patulae, recubans sub tegmine fagi", dal suono del violino(era violinista provetto)alle somatizzazioni famose: "Vieni fuori, fronte..."(a una ragazza dalla fronte alta). "Solo folle, solo poeta" avrebbe detto Fritz Nietzsche se l'avesse conosciuto... Ma nell'accezione nobile, dove il tedesco"Narr"vale"folle", nobilmente, non"pazzo da manicomio"(come nell'orrenda vulgata tipica anche delle"classi oppresse"). Dall'interrogazione rivolta, informalmente alla cameriera del bar: "Ma Lei sa che cos'è una sineddoche? Urca, no, c'era da aspettarselo"alla comunicazione più alta, che correlava Cicerone a un conservatore illuminato, con efficaci raffronti con i protagonisti della vita politica europea e nordamericana, era un comunicatore, attento alla poesia e alla sua esegesi, nonché alle finezze connotative della traduzione(delle traduzioni)dalle lingue classiche. Vera e propria maschera, tragica e comica ad un tempo, poverissimo in quanto costretto a finanziare una moglie sempre in viaggio, in itinere(peraltro nobilisisma persona anch'essa, ma su ciò mancano fonti documentate, almeno non sono note all'autore della nota presente), alternava l'interpellazione diretta all'esortazione alla lettura, con similitudini e accostamenti anche"a-temporali"(es: Virgilio-Baudelaire, dove i filologi pedanti trascurano, però, il peso indubbio della letteratura e specialmente della poesia latina nella formazione del grande simbolista...): "Urca, leggete, altrimenti rimarrete dei medievali!". E giù (anche in testa a qualcuno/a) testi, declamati giustamente con la "e"stretta: "Tésti!". E giù una marea di libri, anche ben diversi dalle problematiche specifiche attinenti al greco e al latino. Tutt'altro che un micromane, un"Homo universalis". Naturalmente, i bigotti d'ogni tempo, d'ogni ceto sociale, d'ogni ideologia, ci ricamavano sopra: se negli anni Trenta-QUaranta(genitori e nonni)chi, come lui, scriveva di notte o di sera scritte misteriose sulla lavagna poteva apparire bizzarro, negli anni Settanta-Ottanta sempre del Novecento, chi al bar diceva a un(a)collega: "Visto? La cameriera m'ha messo il veleno nel caffè", passava per"Paranoico"o per"Schizofrenico", a seconda dei"parametri di riferimento". Ahinoi, la stolidità umana... La creatività, in apparente polemica con la deduzione logica("Tu sei solo cervello, non hai cuore. Sei un x, y, z. Non potrai mai capire Filemone e Bauci"), in realtà fecondamente unita alla stessa, la bellezza unita a un pensiero non solo da"ragione raziocinante", il sapere pensare anche con il corpo... Tutto ciò sconvolge il "piatto conformismo borghese"(ma anche senza aggettivo, non solo borghese...)e allora interviene la repressione che parla di"pazzia". Mai un TSO, almeno che risulti, ma tante accuse stupide di"pazzia", per chi aveva un estro, tra l'altro fecondissimo, convincendo molti ex allievi allo studio universitario e post di lettere anche classiche, alla passione per la musica, il teatro, la critica e...non solo.
Eugen Galasso
 

Religiostà natalizia in Colombia

La religiosità natalizia in Colombia, in particolare nelle novene: Premessa: Chi scrive è personalmente in contatto con la cultura colombiana, avendo sposato, più di dodici anni fa, una donna colombiana. Ripetuti soggiorni per motivi familiari e di studio mi hanno permesso di comprendere(o almeno cercare di comprendere)lo"specifico colombiano"sia a livello storico-politico, sia, in particolar modo, a livello antropologico segnatamente dal punto di vista religioso. Fatte salve alcune specificità locali, che resistono pervivacemente, a dispetto o a conferma del"glocal"come la credenza nella Tunda e in genere la stretta correlazione tra credenze religiose e superstizione nella Valle del Cauca, ossia nel Sud-OVest pacifico colombiano(1)(1)cfr.E.Puertas Arias, La Tunda.Mito y realidad.Sus funciones sociales, Santiago de Cali, 2000 e(inter cetera)il mio breve saggio"La valle del Cauca tra"self-made religion", superstizione e cattolicesimo non"culturale"in "Religioni e società", n.43, Anno XVII, maggio-agosto 2002, pp.153-156, il cattolicesimo e quindi la religiosità culturale colombiana(fatta salva la massiccia presenza, sempre più pervasiva, di alcuni nuovi movimenti religiosi"evangelici", quasi sempre integralistici, quali quello pentecostale ma non solo)si raccoglie unitariamente, cioè senza differenziazioni di carattere etnico-sociale, attorno ai momenti liturgici forti, quali il Natale, los Reyes Magos(l'Epifania), la Pasqua e la Pentecoste. Il Natale colombiano: In Colombia, come peraltro in tutta l'America Latina(comprese le specificità della Mesoamerica e del grande stato latino del Nord-America, ossia del Mexico), il Natale è un momento assolutamente cruciale, dove la dimensione della festa viene a profilarsi in modo onnipervasivo, quale celebrazione religiosa e al tempo stesso laica e "civile", da un lato per onorare la nascita del Signore, dall'altro per creare un clima festoso da contrapporre al grigiore di miseria e di pericoli continui, legati, in Colombia, alle lotte tra i clan della droga(anche dopo la morte del"boss"del Cartel de Medellìn, "Don" Pablo Escobar, all'inizio di dicembre 1993, la situazione non è né migliorata né sostanzialmente cambiata), all'ormai lunghissima guerra civile tra governi(quasi sempre espressione del Partido Conservador)e la guerriglia sedicente"marxista-leninista"della FARC -guerra civile non ancora in via di soluzione, pur se con il governo presieduto da Santos la situazione appare migliore, che per altro verso si ricollega alla terribile monocultura della "coca", alla microcriminalità solo apparentemente combattuta dal potere para-golpista dei"Paramilitares". Aggiungo un elemento: la considerazione consueta, che parla di"Latinoamerica"indifferenziatamente, in America Latina il senso di appartenenza nazionale è in realtà fortissimo, sia a causa di guerre che hanno diviso i singoli paesi, sia per altri motivi, storici e soprattutto socio-economici ma anche politici, la cui trattazione qui risulterebbe fuorviante. Basterà dire, rispetto alla"rivoluzione bolivariana", che il contrasto con il vicino Venezuela si è accentuato, anche in vari ambienti progressisti, dopo alcune dichiarazioni"imperialiste"da parte del presidente Chàvez. Festa, si diceva, ad un tempo "laica"e civile e religiosa, ma in primis"religiosa"nel doppio senso: festa della famiglia(quasi sempre allargata, in certi ambienti, con figli di genitori vari, che si ritrovano, idem per nipoti che magari si conoscono, ma neppure benissimo)e della comunità, quindi nell'accezione del"religare"e dell'adorazione di Gesù Bambino, quindi di uno dei momenti fondamentali della fede(vera, teologicamente, la priorità della Pasqua, ossia della Morte-Resurrezione, ma si dà comunque un incipit anche cronologico, che è la Nascita-il Natale-Navidad.), quindi del"re-legere", dove la seconda dimensione, quella verticale è fondamento della prima, quella orizzontale. Festa di colori, odori, profumi(nella"comida", ossia nel cibo, nei negozi addobbati e nelle feste più o meno improvvisate, ma qui gioca il divario città relativamente ricche, come Bogotà, Cartagena, Cali e alcune altre)-città povere(quelle del citato litorale pacifico)e zone della "selva", ma anche, naturalmente, all'interno, per es.di Bogotà, le disparità tra"barrios"(quartieri)ricchi e slums, ma anche nelle celebrazioni liturgiche, con un carattere particolarmente festoso-gioioso, sia ancora nelle celebrazioni in famiglia, all'aperto o al chiuso, dove, anche in Colombia, stato molto esteso(circa il doppio della Francia, per avere un'idea rapportata a condizioni europee), gioca un ruolo di fondo il clima, da quello temperato con punte decisamente fredde della capitale(una delle più"alte"del mondo sul livello del mare)a quello tropicale di molte zone costiere e sub-tropicale di Bahia de Buenaventura, per es. Quella delle"novene", che si recitano per 9 giorni fino al 24 dicembre, cioè fino alla Vigilia, è certo una tradizione fortemente radicata, ma anche quasi un "unicum", ormai, rispetto alla Spagna, fortemente laicizzata, per non dire di altre realtà europee, dove ormai la diffusione delle stesse è decisamente limitata a realtà di paese(ma anche in questi contesti, poi, a determinate fasce di età)in aree lontane dall'urbanizzazione. Brevemente sarà opportuno accennare alla
struttura delle novene: si inizia con una "Oraciòn para todos los dias", dove si rileva in primis essere "Dios de infinita caritad que tanto amaste a los hombres, que les disteis en vuestro Hijo la mejor prenda de vuestro amor"(Dio di infinita carità, che hai tanto amato gli uomini, da dar loro nel vostro Figlio la migliore offerta del vostro amore)(2)"Novena de Aguinaldos", versione ciclostilata, p.3. Si deve rilevare che l'Usted(corrispondente al"voi"più che al"lei"quale forma di cortesia in certi ambiti socio-culturali"popolari")è diffuso addirittura tra membri della stessa famiglia, ma a fortiori si impone se ci si rivolge verso e al "Todopoderoso", quale segno di umile deferenza). Seguono poi le oraciones a Maria, a San José, al Nino Jesus, dove Maria è"Soberana Maria"ma anche"dulcisima Madre", San José è ricordato quale"esposo de Maria y padre putativo de Jesus", ma nel contempo si rende grazia a Dio per averlo scelto"para tan altos misterios", adornandolo, cioè"disponendolo" "a tanta grandeza"(3)(3)cit., p.4, ossia, riconoscendo la diversità di livello, José è comunque più di un semplice strumento e "tramite"nella e della Storia salvifica. IL "Nino Jesus", poi, è certo il culmine della preghiera, ma al tempo stesso colui che dice"estas palabras tan consoladoras para nuestra pobre humanidad tan agobiada y doliente"("queste parole tanto consolatrici per la nostra povera umanità così afflitta e dolente", quasi un'endiadi, cioè)(4)(4)ibidem e colui"que sois la misma Vertad"("siete la Verità stessa")(5)(5)ibidem , dove ancora una volta la dimensione trascendente(e verticale, per la persona umana)è il fondamento dell'altra, quella umana-sociale, mai trascurata. C'è poi la parte relativa ai singoli giorni(dal"Dia primero" al"Noveno")che prepara all'evento salvifico, narrando in breve la storia della nascita di Gesù. In complesso, i temi prevalenti, qui sono: il mistero dell'Incarnazione quale atto oblativo di Dio, il rapporto con la Vergine Maria, il rapporto sempre benigno e caritatevole con le persone, con l'umanità quale tratteggiata sopra. La dimensione teologica si rapporta sempre con una pastorale particolarmente viva, intensa. Seguono poi i"gozos", da"gozar", ossia godere(tradurrei"celebrazioni"piuttosto che"godimenti")che culminano sempre nel réfrain(da cantare, ritmandolo, il che distingue nettamente la tradizione latina e in particolare colombiana dall'approccio spesso potenzialmente stantìo del salmodiare)"Dulce Jesus mio, mi nino adorado, ven a nuestras almas, ven no tardes tanto"("Dolce Gesù mio, mio bambino adorato, vieni alle nostre anime, vieni, non attardarti così a lungo")(6)(6)cit., p.2. Si invoca, cioè, la vicinanza di Gesù, della sua presenza(Parusia), qualunque essa sia, dunque anche del Regno di Dio, cantato poi anche con i"villancicos", ossia le canzoni natalizie cantate in coro, soprattutto in/da cori di bambini. Sono canzoni anche comuni ad altre realtà ispaniche(in parte anche spagnole, nel senso del Vecchio Continente), ma sempre particolarmente ritmate, attente alla dimensione ludica, mai però in alcun modo"trasgressiva". Vi si parla di pastori, soprattutto, e del loro incontro con il Numinoso. In conclusione e in chiave riassuntiva o meglio sintetica, penso si possa sottroscrivere quanto scrive Mons. Federico Carrasquilla: "Jesus es alguien que vino a revelar a los hombres la cercanìa de un Dios Padre y a hacerles signos de su presencia. Con esto Jesus desplaza la atenciòn que no està centrada en quitar carencias sino en hacer signos"("Gesù è qualcuno che è venuto per rivelare agli uomini la vicinanza di Dio Padre e a darvi segni della sua presenza. Con ciò Gesù spiazza l'attenzione che non è incentrata sul rimuovere carenze ma nel dare/fare segni")(7)(7)M.F.Carrasquilla, Escuchemos a los pobres. Aportes para una Antropologìa del Pobre, Bogotà, INdo-American Press, 2000(segunda ediciòn), p.143. Un testo certamente posteriore alla citata"Novena de Aguinaldos", ma che sembra esprimerne in pieno il carattere di"teologia della liberazione", senza qualunque riferimento direttamente"politico" , ma con l'attenzione estrema ai"pobres", appunto. Celebrazioni, cioè, possibili, sempre con l'attenzione-tensione alla Speranza, possibili in ogni contesto sociale, anche il più degradato.

Eugen Galasso