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CHITARRA

Marcello/Bach - Concerto in D minor performed by the Henderson-Kolk Duo

LA RAPIDA ECLISSI DI UN GENIO 
di Angelo Gilardino

Quarant'anni fa, eravamo in molti ai nastri di partenza della carriera chitarristica. Allora, la Mecca dei giovani aspiranti era l'Accademia Chigiana, dove Segovia e, in sua assenza, Diaz, insegnavano durante l'estate. Io non mi iscrissi mai al corso senese, perché volevo seguitare una strada mia, diversa da quella che conduceva a Segovia. Questo non mi impedì di studiare e di comprendere l'arte del grande maestro spagnolo né di apprezzare, tra i suoi seguaci, i pochi, pochissimi in verità, che avevano carisma e che potevano brillare di luce propria. Fu in quei primi anni Sessanta che mi capitò di ascoltare, con subitanea ammirazione, un disco che la Rca aveva diffuso per lanciare un giovane chitarrista umbro, segnalatosi alla Chigiana: Mario Jalenti. Non so perché non abbia poi, come si dice, fatto carriera: a me sembrava che il suo suono avesse un potere magico e che il suo intelletto musicale, per quanto ancora soggiogato dal modello di Segovia, mandasse segnali forti. Certo se n'era reso conto anche il gran nocchiero del festival di Spoleto, che incluse un recital di Jalenti nel cartellone del Festival dei Due Mondi (fatto allora sensazionale). Mi aspettavo perciò di ritrovare il suo nome nei programmi delle società concertistiche più importanti e nei cataloghi delle maggiori case discografiche: invece, più nulla. Questa mancata ascesa non mi ha comunque impedito di nutrire la più grande considerazione per quello che, negli anni, è anzi divenuto uno tra i miei pochi referenti: appena pubblicata una mia composizione, o una mia revisione di una composizione altrui, chiedo all'editore di mandarla a Jalenti, e prendo nota delle sue risposte con la massima attenzione. I suoi giudizi non hanno mai smesso di interessarmi e non mi hanno mai deluso: chiarissimi, perspicui, a volte micidiali nella loro spregiudicata onestà e nella loro totale mancanza di soggezione a qualunque mito - oltre che insaporiti da un linguaggio che sembra preso dai film di John Wayne - essi hanno accompagnato tutta la mia carriera, e a volte mi sono stati d'aiuto nel sostenere scelte difficili. Insomma, so bene che, tra i motivi che possono aver dissuaso Jalenti dal cercare la gloria, non c'è di sicuro la dissipazione del suo ingegno, che è sempre vivo e fresco, come ai bei tempi. Circa vent'anni dopo l'esordio di Mario, un altro Jalenti, Francesco, nato nel 1969, incominciò a farsi notare nei concorsi nazionali di chitarra. Suonava con una spontaneità, una pienezza, una tornitura del fraseggio in cui era impossibile non riconoscere un antecedente poetico, oltre che tecnico: era, infatti, il figlio di Mario. Immaginai allora che il mio amico si fosse amorevolmente messo da parte come concertista per dedicarsi senza risparmio di forze, sia come genitore sia come didatta, alle cure richieste da un talento così prorompente e insieme così delicato come quello del figlio: un gesto che mi parve splendido, e che, parlando da sé, rendeva superflui commenti e richieste di conferme. Alcune settimane fa, Mario Jalenti mi ha inviato, senza aggiungere una parola, una breve compilazione, in una videocassetta, delle esecuzioni di Francesco: precoci letture degli arcani pezzi di Frank Martin e di altre pagine inaccessibili non soltanto a ragazzi dell'età che egli aveva allora, ma anche alla maggior parte dei concertisti adulti. La precarietà delle registrazioni non offusca l'evidenza di una mente musicale straordinaria e di un dono prodigioso nella facilità incantatoria del gioco strumentale. Per trovare eguali, ad altrettanto giovane età, bisogna chiamare in causa nomi mitici. Non posso tacere l'emozione che mi ha preso nell'ascoltare la mia Passacaglia, divinata fin dal suo grave incipit da un sedicenne che, evidentemente, era stato reso capace dal Creatore di percepire all'atto della lettura qualunque pensiero musicale e di farlo istantaneamente suo. Mentre il mistero che copre la rinuncia di Mario Jalenti allo sviluppo della sua carriera si presta solo a supposizioni rispettose, la fuggevole apparizione di suo figlio Francesco, e la sua repentina scomparsa nel 1993, quando aveva appena ventiquattro anni, rispondono a un volere che confonde e riempie di timore. Questo giovane genio della chitarra è stato sottratto alla controversa e, per gli artisti veri, spesso troppo amara vicenda terrena. Non si è fatto opera, e questa constatazione suona inevitabilmente come una perdita, ma io credo che si debba evocare per lui quello che Eugenio Montale dice ricordando il poeta Fadin: «La sua parola non era forse di quelle che si scrivono».

Live-Mario Jalenti-E. Granados-Danza n° 5

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